Primi capitoli
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& Te

Il taxi stava già aspettando sotto casa. La luce gialla dell’insegna moriva nella nebbia della notte che precipitava dappertutto. Il tassista parlava solo dialetto e l’abitacolo profumava di pulito, o di deodorante spray per bagni pubblici, difficile distinguerli con tre ore di sonno alle spalle. Da un anno a questa parte i lunedì mattina di Giulia erano questi: sveglia nel cuore della notte, venti minuti di superstrada Arbre Magique per raggiungere l’aeroporto e tornare a Milano. Non riusciva proprio ad abituarsi, era sempre più stanca di questa routine, ma si confortava ripetendosi che lo faceva per amore. E la chiudeva lì.
Giorgio si era trasferito in un mese lasciando mezza casa e mezzo letto vuoti, e tutte le metà delle coppie di oggetti che avevano comprato insieme quando giocavano ad arredare casa: i porta uova, le tovagliette americane, i comodini, le sedie sul minuscolo balcone. Lei usava sempre e solo le sue metà. La tovaglietta blu era ormai di un azzurro sbiadito mentre l’altra conservava ancora il suo colore intenso e originale.
La tazza si riempiva di caffè, mentre una hostess brufolosa sorrideva e passava alla fila successiva.
Quand’è che l’appartamento in via Mozart aveva smesso di essere casa loro? Forse quando loro hanno smesso di essere loro?
L’offerta di trasferimento era arrivata il 23 dicembre, era il regalo di Natale per Giorgio da parte dell’azienda in cui lavorava ormai da sette anni. Uno di quei regali che ti lasciano interdetto, come un maglione fuori moda che se solo l’avessi ricevuto l’anno prima sarebbe stato perfetto, ma adesso è complicato abbinarlo al resto del guardaroba. Quel giorno Giorgio era tornato a casa presto e aveva preparato l’arrosto alla birra con le patate dolci, il piatto delle occasioni speciali. Sulla tavola le tovagliette blu e una bottiglia di rosso. Era felice perché sapeva esattamente cosa fare: avrebbe rifiutato l’offerta e chiesto a Giulia di sposarlo. Poi Giulia era tornata, fradicia di pioggia, incuriosita dal profumo di buone notizie che arrivava dal forno. Lo aveva spronato con tutte le sue forze ad accettare il trasferimento che aveva sempre sognato, gli aveva detto che insieme ce l’avrebbero fatta comunque, che lei lo avrebbe raggiunto dopo qualche mese e avrebbe cercato lavoro in un bar. Sai che bello, imparerei a fare i cappuccini con il cuore sopra e al mattino sarei la prima a sentire l’aroma delle brioche. E poi ci sposeremo su una scogliera sotto il cielo pesante d’Irlanda e l’orlo del mio vestito si bagnerà di verde prato.

Appena è sorto il sole, anzi appena la rotta ha incrociato il mattino, è iniziata la discesa.

L’atterraggio non era stato dei migliori e nessuno aveva applaudito, grazie a Dio. Il grigiore di Milano desaturava qualsiasi traccia di colore, Giulia e il suo trolley presero un pullman che portava in centro. Quand’è che la casa era diventata così importante per la loro stabilità? Non erano i kilometri, la gelosia, la mancanza di contatto fisico, la distanza che avevano cambiato tutto. Era lo spazio che non condividevano più e che ogni giorno le sbatteva in faccia il suo vuoto. Erano tutti quei gesti che aveva dovuto imparare a fare per uno, quando si era abituata a fare per due, era il guardarsi intorno e muoversi come una coinquilina in una casa che ormai apparteneva soltanto a lei.

Si lasciarono dopo una settimana, lui non voleva tornare e lei non voleva andare avanti. Impacchettò le reliquie spaiate di Giorgio e gliele spedì a Dublino.
Quando aprì il pacco, sul fondo trovò la sua tovaglietta blu. La srotolò. Dentro ce n’era una identica, stinta.

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