Primi capitoli
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A noi due

La punto grigia scendeva dolcemente sul versante della montagna. Le dita fendevano l’aria calda fuori dal finestrino. Celeste strizzò un occhio e si guardò la mano. Le sembrava di toccare le increspature verdi delle viti, i muretti di fichi d’india, i ventagli delle palme. Ancora pochi metri e avrebbe toccato anche il mare. “È freddo” disse, allontanando la mano dall’orizzonte blu e scuotendola come per far sgocciolare l’acqua. La mamma, seduta sul sedile davanti, si girò sorridendo “Dopo andiamo a sentire.” Arrivati in paese il papà andò a parcheggiare l’auto, Celeste la salutò con la mano perché sapeva che non l’avrebbe rivista fino alla fine delle vacanze. La mamma la prese per mano e s’incamminarono trascinando la valigia per le vie strette.
Celeste si guardò intorno e appuntò mentalmente tutto ciò che vedeva.
Le stanze striate di sole nella penombra dei pomeriggi, le sedie di plastica fuori dalle case, i gruppetti di teste grigie che parlavano sottovoce. La signora Noto le aspettava fuori di casa, aveva un camice di cotone a fiori azzurri dal quale sbucavano due gambe rigate di vene viola che finivano nelle ciabatte. Si sistemarono nelle stanze al primo piano, c’era un divano letto aperto, una brandina e un piccolo piano cottura. Sul terrazzo un tavolo di plastica con tre sedie, uno stendino e un cesto di mollette. Celeste si aggrappò forte alla ringhiera e guardò giù, attirata dalle urla. In piazza c’erano sette bambini che giocavano a calcio scalzi, in costume, due barattoli per la porta e una palla arancione. Dovevano avere la sua età, forse qualche anno di più.
Si sedette a gambe incrociate sulle piastrelle fresche del balcone e iniziò a giocare con le mollette.
Dopo che la mamma ebbe finito di togliere i vestiti dalla valigia per metterli nell’armadio, era ora di scendere al mare. L’aria infuocata del pomeriggio asciugava il bucato sui tetti. Tutto il paese sembrava scolorito, come una fotografia lasciata al sole. La luce bianca, le case gialle, le chiese in tufo.
Passarono dal porto, un pescatore baffuto rammendava le reti sotto un ombrellone Sammontana stinto, lo chiamavano tutti per nome. “Michele, ciao”, gli disse un altro, infilandosi nell’ombra rotonda. Era in canottiera, pelle tostata e riccioli bagnati di sale. Parlarono di pesca, di nodi e di tempesta.
Finalmente arrivano alla spiaggia, un’ampia mezzaluna alla fine della scogliera. Il sole stava già calando, la mamma mise accuratamente la crema solare a tutte e due, infilò gli occhiali scuri e si stese a leggere un libro. Celeste camminò su e giù lungo bagnasciuga in cerca dei sassi più strani da portare a papà. Quella sera li avrebbero sparsi sul tavolino e classificati insieme, dando loro nomi speciali come “Monolite degli abissi” o “Sferoide sassoso”.
Il sole si ritirò dietro la montagna e l’aria diventò rosa. Tutto diventò rosa, come se fosse l’unico colore possibile. Il bagnasciuga grande era liscio e lucido, superficie intonsa, solo qualche pietra spezzava le onde. Celeste se ne stava in piedi a guardare il mare, non aveva ancora sentito la temperatura dell’acqua, ora che ci pensava. Fece un passo in avanti, le pietre strette nei pugni. Un’onda le lambì i piedi e le caviglie, era dolce, morbida e calda.
La fece pensare alla mamma.

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