Lea aveva il terrore dei risvegli. Quando apriva gli occhi la mattina era vulnerabile come un neonato, si sentiva come se qualsiasi cosa succedesse potesse toccarla nel profondo e traumatizzarla per il resto della giornata, se non per tutta la vita. Questo è il motivo per cui aveva sempre voluto dormire da sola, la ragione che la spingeva a uscire dal letto dei suoi amanti e andarsene nel cuore della notte. Qualsiasi cuore e qualsiasi notte, fosse anche quella di Natale.
Tutti le avevano chiesto di restare, nessuno le aveva chiesto se era arrivata a casa.
Geo lo aveva conosciuto a una festa in casa, le aveva disegnato un diagramma Hertzsprung-Russel su un tovagliolo di carta in fantasia cactus per spiegarle l’evoluzione di una stella. Sapeva di tabacco e cioccolato e doveva avere qualche superpotere perché quando Lea tornò dal bagno lui non c’era più. Lo incontrò sul portone del palazzo mentre usciva, si stava rollando una sigaretta tra le dita bagnate di pioggia.
“Da che parte vai?” le chiese.
“Di là” rispose Lea indicando con l’ombrello la direzione. Era sicura che l’asfalto fosse di gomma.
“OK, andiamo” disse Geo afferrando l’ombrello e facendolo sbocciare sopra le loro teste. Barcollarono insieme per un pezzo, rubarono un’arancia in un cortile. Nel momento in cui la staccarono dal ramo sprigionò un aroma fortissimo, delizioso, che durò per pochi secondi sulle dita, nell’aria, sulla buccia.
Lea salì sul tram, Geo si allontanò a piedi. La città rimase lì, nera e lucida come un’auto di lusso.
Il giorno dopo Lea si svegliò con una pala che le scavava il cervello. Poi guardò dalla finestra e si rese conto che era suo nonno che stava piantando una magnolia in mezzo al giardino. Scrisse a Geo, dopo tre messaggi si erano dati appuntamento per il giorno dopo, nel parco in fondo alla strada.
Era una sera di fine maggio, l’aria era tiepida e ferma, il cielo imbruniva pulito. Lea aveva portato un telo, lo stese sull’erba e si misero uno di fronte all’altra, seduti a gambe incrociate. Parlarono per cinque ore senza stancarsi, mentre il mondo ruotava di sotto e le costellazioni passavano sopra. Si sdraiarono, scivolarono sul versante della collina, fecero l’amore in un prato che sapeva di mojito e tornarono a casa.
Si vedevano per cena, per pranzo e per colazione. In primavera, in estate, in autunno e in inverno. Geo non usava i segnalibri e nemmeno le orecchie alle pagine, lasciava i libri aperti a faccia in giù e così la costa si spaccava sempre un poco. Eppure le aveva dato l’idea di essere una persona che si prendeva cura di tutto, soprattutto delle persone. Con quelle mani enormi e sempre calde che avrebbero potuto salvarla da qualsiasi cosa. Dalla nostalgia, dal sottozero di dicembre, dalla deriva dei pensieri, dal buio del pianerottolo. Ma che non l’avrebbero salvata da lui stesso. Quindi infilava il cappotto e poi la porta, e se ne sei andava di corsa. Di notte se ne andava sempre e lui non le chiedeva mai niente.
Intanto era passato un anno ed era il giorno del compleanno di Geo. “Dai vestiti che ti porto fuori a cena” disse Lea.
“Preferirei di no”.
“E cosa vuoi fare? Stasera è tutta tua”.
“Stare insieme senza fare niente per stare insieme”. “Non lo so fare, insegnami”.
“D’accordo, però promettimi che non te ne vai”.
“Te lo prometto”.
Si sdraiarono in un letto enorme, così grande che avrebbero potuto incontrarsi solo nei sogni. Così grande che Lea si sentiva abbandonata come su un materassino in mezzo al mare. Spense la luce, nemmeno il tempo di darsi la buonanotte guardandosi in faccia. Lei gli chiese “Perché?” e lui rispose “Perché al buio siamo vicini anche se stiamo lontani”, poi le diede un bacio che sapeva di dentifricio e si dissero addio fino alla mattina dopo.
Il rumore di stoviglie svegliò Lea. Era in un letto che non era il suo, era vigile e andava tutto bene. Andò in cucina, Geo stava costruendo una fontana di piatti e scodelle del lavandino e quando aprì il rubinetto, l’acqua si mise a giocare che era una meraviglia. Preparò il caffè e il pane tostato, le ombre delle foglie ricamavano il pavimento della cucina. Non disse una parola, aveva paura di romperla.
“Sarà sempre così?” chiese Lea.
“Ogni tanto” rispose lui e, guardando il volto perplesso di lei, aggiunse “ogni tanto mi toglie qualsiasi responsabilità”. Sorrisero.
Un altro anno era passato.
Era una splendida mattina stremata da un temporale, Lea attraversò il prato umido e si accovacciò a raccogliere i petali di velluto bianco che ricoprivano il cerchio d’ombra sotto la chioma della magnolia. Era sempre stata il suo albero preferito: esuberante quanto fragile, dava fiori grandi e solitari. Era sicura che, anche se non glielo aveva mai detto, il nonno l’aveva piantata per lei.
