Sarah lavorava per la Lux Hotel da sei mesi, aveva un contratto a tempo determinato di dodici, e oggi era il giro di boa. Svolgeva il turno del mattino, inforcava la bici quando ancora la luce dei lampioni ingialliva il pavé e la legava alla rastrelliera di Piazza Libertà nell’atmosfera pallida dell’aurora. Indossava la divisa celeste sotto il cappotto perché detestava l’umidità ammuffita degli spogliatoi nel seminterrato. Rosalia detta Rosy, la receptionist del primo turno, le teneva borsa e cappotto sotto la scrivania vicino alla stampante così che Sarah doveva scendere al meno uno solo per prendere il carrello della biancheria, poi saliva al primo piano, con il passe-partout che tintinnava in tasca. Non avrebbe mai pensato di riuscire in un’attività di questo tipo, considerato il suo incredibile olfatto. Aveva un naso ipersensibile che le forniva più informazioni degli altri quattro sensi messi insieme e si attivava specialmente in presenza di materiali assorbenti, come i tessuti. Ad esempio, quando entrava in una stanza capiva immediatamente se gli ospiti erano uomini o donne, o entrambi. Ne identificava l’età e l’etnia, percepiva l’odore intenso dei sonni profondi, quello acre dei sonni agitati o la totale assenza di sonno, solitamente sostituita da altri tipi di odore: alcool, fumo, noia, sesso. Spesso riusciva anche a sentire le sensazioni. Si immergeva così tanto nelle altre persone che a volte le sembrava di averle accanto mentre rifaceva i letti, bagnasciuga dei sogni: le pieghe delle lenzuola, le onde delle coperte.
Sarah entrò nella penombra della camera 101 e fu subito oppressa da un sonno massiccio. L’ospite aveva lasciato la traccia della sua sagoma sul letto, sprofondata sopra le coperte, e non si era mosso di un millimetro per tutta la notte. Sul cuscino una conca perfetta. Era un uomo di mezza età, sovrappeso, solo. Scostò le pesanti tende di broccato rosso e spalancò la finestra che dava sulla strada. La nebbia rigurgitava auto e sul marciapiede una squadra di uomini in tuta metteva l’autunno nei sacchi.
Mancava solo una stanza al termine del giro, fino adesso Sarah aveva ripulito le tracce di una coppia di inglesi insonni, un anziano uomo d’affari alcolizzato, un giovane cinese perseguitato dagli incubi e una donna che aveva intriso il cuscino di tristezza.
Quando entrò nell’ultima camera si sentì frastornata. Percepì due tracce diverse che si sovrapponevano in alcuni punti dello spazio, ma soltanto una era consistente. Il letto era completamente disfatto, l’aria era dolce, priva di sonno ma pregna di riposo, c’era una nota forte di solitudine e un’onda di emozione così penetrante che Sarah si sentì mancare.
Novembre passò in fretta, sospinto da un vento gelido che spogliò completamente gli alberi e ingrigì il cielo. Ghiacciò l’acqua nelle pozzanghere e nelle ciotole dei cani, intrappolando per sempre le foglie secche sotto uno spesso strato trasparente. La mattina era dura per Sarah alzarsi e scendere in bici fino alla stazione, quando entrava nel tepore dell’hotel doveva aspettare almeno cinque minuti perché il suo naso ricominciasse a funzionare. Solo quando l’aroma del pane fresco le pizzicava le narici, si tranquillizzava.
Anche oggi era quasi alla fine del giro, spinse il carrello nella camera 106 e dovette appoggiarsi al muro per non cadere. Percepì lo stesso identico odore della volta precedente: le due tracce distinte che si accavallavano, poi soltanto una che perdurava. Una gioia spudorata, note di abbandono e di mancanza, un leggerissimo senso di colpa e una totale assenza di sonno, voluta e subìta. Troppe cose insieme per capire cos’era successo in quella stanza. Sarah si sedette sul bordo del letto e affondò il viso nel cuscino. Odorava di pulito e di maschio giovane. Scostò il viso di qualche centimetrò e sentì un profumo dolce di shampoo femminile. Iniziava a sentirsi invadente. Disfò il letto e appallottolò le lenzuola nel cesto sul carrello. Era allo stesso tempo confusa e attratta, avrebbe voluto restare in quella stanza per sempre.
Mentre si infilava il cappotto chiese a Rosy chi aveva trascorso la notte nella 106, la ragazza rimase sorpresa dalla domanda “Non saprei, il turno di notte lo copre Fausto” rispose. Sarah avrebbe voluto chiederle di controllare nel computer ma non osava sembrare inopportuna. “C’è qualche problema con la stanza?” chiese Rosy. “No assolutamente, solo curiosità” rispose Sarah tirando su il cappuccio e infilando la porta.
Il primo sabato di dicembre, mentre il campanile suonava le otto di sera, dei grossi fiocchi di neve iniziarono a cadere dal cielo. Precipitavano fitti nei coni di luce sotto i lampioni, silenziosi e imperterriti si attaccavano al suolo, alle auto, ai cappotti e in poche ore la città era candida e deserta. Tendendo le orecchie si potevano quasi sentire i fiocchi che si adagiavano l’uno sull’altro, strato dopo strato.
Alle dieci le porte dell’hotel si aprirono e una giovane ragazza si avvicinò alla reception. Scrollò la massa di capelli ricci provocando una piccola nevicata sul bancone di marmo, abbassò la sciarpa rossa che copriva una bocca carnosa e chiese una stanza per la notte. L’avrebbe lasciata l’indomani alle sei. Fausto le chiese un documento per prassi, anche se conosceva bene il suo nome. In cambio le diede una chiave: “Primo piano, ultima stanza sulla destra in fondo al corridoio”.
La ragazza di sistemò in camera, tolse il giaccone e le scarpe fradice, scostò le tende e si sedette sul bordo della finestra a osservare la neve che man mano cancellava ogni traccia riconoscibile della piazza, privandola dolcemente della sua identità. Poteva essere qualsiasi posto in qualsiasi parte del mondo, adesso.
Rimase così per due ore poi lo vide arrivare. Avvolto nel suo cappotto nero affondava i passi nella neve, lasciando impronte nitide che da lontano sembravano disegnate a china su una pagina bianca.
L’emozione di rivederlo era insostenibile, quando entrò nella stanza il cuore le iniziò a battere velocissimo. Ma non c’era tempo per respirare, aveveno solo poche ore e volevano dirsi tutto, darsi tutto. Aspettavano questo momento da un mese e adesso erano lì, uno di fronte all’altra, così uno dentro l’altra che faceva quasi male. E fuori la notte e la neve fermavano il tempo.
Com’era arrivato se n’era andato, in tasca un caleidoscopio e a casa una fidanzata. Lei sdraiata si sentiva sull’orlo di un precipizio, o del mare, proprio dove gira l’onda. Sospinta una volta dall’emozione e una volta dal senso di abbandono, una volta dall’amore e una dal dolore.
Chiuse gli occhi e non dormì nemmeno per un attimo, aveva paura che il sonno le rubasse le sensazioni, non voleva concedergliele. Alle sei si alzò dal letto, fuori nevicava ancora. Per lei non era domenica mattina ma solo una lunghissima notte che a un certo punto si era illuminata.
Riconsegnò la chiave della camera 106, uscì dall’hotel e s’incamminò verso la stazione. Alzò la testa e guardò il cielo: da così vicino i fiocchi scendevano con una delicatezza commuovente.
