Se c’era una cosa che irritava Shadi era la routine. Non la sua, non quella degli altri, ma quella del mondo. Non le andava proprio giù che il sole sorgesse al mattino e tramontasse alla sera, che si dormisse di notte e che d’inverno la temperatura andasse sottozero.
Iniziò a rifiutare il ritmo naturale a sette anni, quel giorno che -ancora inconsapevole- chiese alla mamma di poter fare colazione a cena. La povera madre, disorientata, credette che fosse un capriccio generato dall’ambiente scolastico, e l’assecondò senza batter ciglio.
Ma le richieste strambe diventarono sempre più frequenti: il cappotto in estate, le infradito in inverno, la buonanotte a mezzogiorno, il parco giochi a mezzanotte e così via.
La sua famiglia aveva imparato ad accettarla per quello che era e Shadi era felice. Non le interessava se tutti gli altri facevano esattamente la stessa cosa nel momento della giornata in cui era prevista, l’importante era poter seguire il proprio ritmo in tutte le sue faccende. A 21 anni fu consapevole di essere una “acircadiana”, ovvero un essere umano incapace di seguire il ritmo biologico congenito.
Andò a vivere da sola in una mansarda di ventuno metri quadrati con un’unica finestra che faceva entrare un rettangolo di “fuori”. Un rettangolo di notte, un rettangolo di temporale, un rettangolo di primavera, un rettangolo di capodanno. Così era tutto più semplice, guardava la finestra come la televisione.
Invertì i momenti della giornata: cenava all’alba, un pasto leggero ma sostanzioso, solitamente una zuppa, poi prendeva la camomilla e andava a dormire. Si svegliava dopo otto ore, si vestiva indipendentemente dalle stagioni, e usciva. Faceva delle lunghe passeggiate. Tornava a casa e si faceva la doccia, poi era il momento della colazione, il pasto più importante della giornata. L’abitudine di fare colazione di sera l’aveva mantenuto fin da quel lontano giorno di 14 anni prima. Pancakes, spremuta e caffè. Biscotti, tè e banana. Cornflakes, latte e mirtilli. E poi arrivava la sera e quanto le piaceva uscire di notte! Vagava da sola per le strade della città e si sentiva molto speciale perché nessuno conosceva Marsiglia al buio meglio di lei. Visitava i monumenti senza turisti e con la luce azzurra della luna, sentiva lo sciabordio del mare che placido lambiva la banchina.
Le insegne spente dei locali chiusi, gli amanti nei portoni, le sfere gialle dei lampioni. Poi tornava a casa, faceva merenda con tè e biscotti e leggeva un libro. Finiva il libro e, caspita, era già ora di cena.
Andava in piscina solo d’inverno. Le piaceva il contrasto del suo corpo immerso nell’acqua tiepida mentre fuori il mondo ghiacciava.
Gli alberi spogli e il cielo grigio riempivano le enormi vetrate che circondavano la vasca, la nebbia cancellava i tetti delle case e di tanto in tanto passava qualcuno nel parcheggio, sagome indistinte, sacchi a pelo con le gambe. Panorama silenzioso.
Qui dentro invece era tutto fluorescente. L’acqua della vasca di un celeste brillante, i tubi di gomma gialli e rosa sbucavano dai cestoni come mazzi di fiori e le tavolette per l’allenamento, lavanda e turchese, erano disseminate tutt’intorno alla vasca. La parete centrale era decorata da accappatoi e asciugamani di tutte le tonalità pastello scibili. Per non parlare delle cuffie che sbucavano ritmicamente dall’acqua, metallizzate e sgargianti come palloni da spiaggia.
A guardarla da lontano, la piscina, sembrava un’enorme scatola di caramelle gommose.
Shadi si stava riposando vicino alla scaletta, nella corsia di fianco un anziano uomo barbuto s’immerse scrutandola sott’acqua. Odiava quando succedeva e non poteva evitarlo. Possibile che a quel vecchio maniaco non importasse di passare per un vecchio maniaco? Oppure credeva di sembrare insospettabile, palesando fasulli esercizi di apnea.
Shadi ripartì velocemente per togliersi dalla sua vista. Era la prima volta che lo incontrava e probabilmente anche l’ultima. Non andava mai in piscina alla stessa ora e negli stessi giorni, la sua unica routine in quello spazio era l’inverno fuori e la serie di esercizi in vasca.
Dieci minuti rana, dieci stile libero, venti di pinne e cinque a dorso. Le tanto frivole quanto rassicuranti bandierine sul soffitto indicavano quando finiva la corsia.
Calò il buio. Il prato ghiacciato sembrava fatto di zucchero, il cielo era scuro e nitido, sottozero. Quando il vento soffiava, le stelle brillavano di più, come quando soffi sulle braci ardenti.
In quel paesaggio, la scatola calda e rumorosa della piscina era un contrappunto.
Lei era un contrappunto.
