A volte mi dimentico se so scrivere. O meglio, non mi ricordo se lo faccio bene, ma mi ricordo che mi piaceva. Quando pensavo che era l’unica cosa che volevo fare nella vita, ma non ci ho mi creduto altrimenti lo avrei fatto per davvero. E adesso ho paura di non essere più capace, o di essere rimasta indietro un pezzo rispetto alla mia vita. Che adesso scriverei immatura mentre a 35 anni mi sento vicina alla pensione emotiva. Che poi mi sa che non prendo neanche quella.
Mi piaceva fare i pupazzi, gli origami, i biscotti, e ho smesso. Mi piaceva la poesia, la fotografia, l’inglese, e ho smesso anche quello. Mi manca la profondità di una ricerca, il suo spessore pratico di archivio emozionale, da cui pescare, al quale alludere, da superare anche. “Devi andare oltre” mi aveva detto una volta un saggio prima di morire. Lo avevo incontrato in sogno “Sei andata oltre?” mi aveva chiesto. Non avevo risposto.
Sono passati quasi 20 anni e la domanda mi brucia ancora perché la risposta è sempre la stessa: NO. Non ci sono andata oltre, ero troppo occupata a fare l’amore, a comprare i vestiti e mangiare pizze, ad andare alle mostre e scaricare l’ultima puntata di Grey’s Anatomy. Non ho fatto un blog in cui scrivo quello che penso perché lo fanno già tutti e poi non ho niente di così interessante da dire, a malapena mi ascolto da sola. A volte ci penso ma non vado oltre. Ecco ci risiamo.
La verità è che ho ben poco da dire, la mia vita è normale: lavoro dieci ore al giorno e il sole mi mette di buonumore.
La domenica faccio la colazione lunga e le lavatrici, vorrei dei figli e una terrazza, sto pensando di abbonarmi a una rivista di mindfulness. In inglese però, che mi dà un tono. Adesso sto scrivendo per togliere la polvere, per vedere se mi ricordo chi sono in questo ricamo nero di parole, perché era qui che mi rifugiavo e mi ritrovavo. È questo il mio mare: le parole. Ho preso a usare i due punti come per forzare un ordine nella mia vita piena di virgole, a fare elenchi di cose da comprare, da fare, da ricordare. Per salvare la memoria diventerò ossessivo compulsiva. Pausa. Mi distraggo così in fretta quando devo arrivare al punto.
Oggi mi sono ricordata i gamberetti al forno di mia nonna, impanati e con le code per mangiarli con le mani. Arancioni e croccanti, li serviva nella cucina piena di luce, mio nonno a capotavola, io vicino al cassetto con i fogli e le matite, perché dopo pranzo mi mettevo a disegnare. “Diventerà un’artista“, “Secondo me diventerà una scrittrice” dicevano al mio indirizzo, ma ho sorpreso tutti. Non sono diventata nessuno.
E non so nemmeno cucinare i gamberetti.
