Author: popconcept

Nessuno

A volte mi dimentico se so scrivere. O meglio, non mi ricordo se lo faccio bene, ma mi ricordo che mi piaceva. Quando pensavo che era l’unica cosa che volevo fare nella vita, ma non ci ho mi creduto altrimenti lo avrei fatto per davvero. E adesso ho paura di non essere più capace, o di essere rimasta indietro un pezzo rispetto alla mia vita. Che adesso scriverei immatura mentre a 35 anni mi sento vicina alla pensione emotiva. Che poi mi sa che non prendo neanche quella. Mi piaceva fare i pupazzi, gli origami, i biscotti, e ho smesso. Mi piaceva la poesia, la fotografia, l’inglese, e ho smesso anche quello. Mi manca la profondità di una ricerca, il suo spessore pratico di archivio emozionale, da cui pescare, al quale alludere, da superare anche. “Devi andare oltre” mi aveva detto una volta un saggio prima di morire. Lo avevo incontrato in sogno “Sei andata oltre?” mi aveva chiesto. Non avevo risposto. Sono passati quasi 20 anni e la domanda mi brucia ancora perché la …

Contrappunto

Se c’era una cosa che irritava Shadi era la routine. Non la sua, non quella degli altri, ma quella del mondo. Non le andava proprio giù che il sole sorgesse al mattino e tramontasse alla sera, che si dormisse di notte e che d’inverno la temperatura andasse sottozero. Iniziò a rifiutare il ritmo naturale a sette anni, quel giorno che -ancora inconsapevole- chiese alla mamma di poter fare colazione a cena. La povera madre, disorientata, credette che fosse un capriccio generato dall’ambiente scolastico, e l’assecondò senza batter ciglio. Ma le richieste strambe diventarono sempre più frequenti: il cappotto in estate, le infradito in inverno, la buonanotte a mezzogiorno, il parco giochi a mezzanotte e così via. La sua famiglia aveva imparato ad accettarla per quello che era e Shadi era felice. Non le interessava se tutti gli altri facevano esattamente la stessa cosa nel momento della giornata in cui era prevista, l’importante era poter seguire il proprio ritmo in tutte le sue faccende. A 21 anni fu consapevole di essere una “acircadiana”, ovvero un essere …

Terra sovraesposta

Gialla di sole d’agosto che illumina i capelli delle donne. Le increspature verdi delle viti sui versanti, le palette dei fichi d’india, i ventagli delle palme. Le stanze tigrate di sole nella penombra dei pomeriggi e le sedie di plastica fuori dalle case. Teste grigie che gesticolano sottovoce, camici di cotone a fiori sotto il ginocchio e ciabatte. Un pescatore baffuto rammenda le reti sotto un ombrellone Sammontana stinto, lo chiamano tutti per nome. “Michele, ciao”, gli dice un altro, infilandosi nell’ombra rotonda. È in canottiera, pellaccia tostata e riccioli bagnati di sale. Si parla di pesca, di nodi e di tempesta. Entra una barca nel porto, Michele appoggia il coltello e raccoglie la cima. Nella via principale c’è un carretto di legno che vende frutta e verdura al peso di un’antica bilancia di ferro. Giovanni viene solo al mattino e sempre con un’offerta diversa: ieri aveva i fichi, oggi le albicocche. Si prende quello che viene. Il pane caldo ogni mattina, il vino bianco ogni sera, l’aria infuocata dei pomeriggi asciuga il bucato sui …

Ritrovarsi in un bicchier d’acqua

Da piccola tenevo sempre un bicchiere d’acqua sul comodino. Mi svegliavo e sapevo che era lì accanto, nel buio. Una solida certezza trasparente. Ecco, tu eri questo per me. C’eri. Eri l’unica persona alla quale avrei consegnato tutti i miei pensieri, li avresti custoditi tra i tuoi e un giorno si sarebbero confusi e non avresti più saputo a chi appartenessero. A volte ti aprivi in modo disarmante e allo stesso modo ti chiudevi all’improvviso, senza cambiare espressione né posizione. E rimanevo da sola nella stanza. Mi piaceva come funzionava il tuo cervello, i pensieri sembravano fiorire uno dopo l’altro in tutte le direzioni, come un rizoma. Non era mai solo quello che pensavi, era sempre anche quello che sentivi. E quando ti guardavo negli occhi mi sembrava di essere al mare. Ti ricordi quella notte di fine ottobre mentre calpestavamo la nebbia sul marciapiede, abbiamo visto passare un’auto nera con i fanali rotti e ti ho detto “Guarda, quella macchina sembra un grosso animale ferito” e tu mi hai dato un bacio che mi …

Mamma

La prima cosa che ho pensato quando te ne sei andata di casa è stata la spremuta. Me la preparavi ogni mattina da qualche mese, assecondando i miei periodici cambi di gusti a colazione. Hai preso la bici e te ne sei andata, e io ho pensato “Adesso chi mi preparerà la spremuta al mattino?”. Poi ho pensato alla tua carezza fresca che mi aveva risparmiato il rumore della sveglia, ogni giorno per tutta la vita fino a lì. Se dovessi parlare di te partirei dalle mani, le conosco a memoria, ne conosco la forma, la misura e il tocco. Sapevano di candeggina perché non usavi i guanti per pulire il bagno, di limone quando cercavi di mandare via l’odore del pesce dopo mangiato. Erano sempre fredde perché sei freddolosa, avevano i segni rossi delle scottature nel forno perché non stai mai attenta. Mettevi lo smalto rosa perla sulle unghie, era l’unico colore che compravi e ne conservavi una boccetta piena nella casa al mare. Ne ho trovata una l’altro giorno in fondo all’armadietto. Ormai era secco, …

Stanza 106

Sarah lavorava per la Lux Hotel da sei mesi, aveva un contratto a tempo determinato di dodici, e oggi era il giro di boa. Svolgeva il turno del mattino, inforcava la bici quando ancora la luce dei lampioni ingialliva il pavé e la legava alla rastrelliera di Piazza Libertà nell’atmosfera pallida dell’aurora. Indossava la divisa celeste sotto il cappotto perché detestava l’umidità ammuffita degli spogliatoi nel seminterrato. Rosalia detta Rosy, la receptionist del primo turno, le teneva borsa e cappotto sotto la scrivania vicino alla stampante così che Sarah doveva scendere al meno uno solo per prendere il carrello della biancheria, poi saliva al primo piano, con il passe-partout che tintinnava in tasca. Non avrebbe mai pensato di riuscire in un’attività di questo tipo, considerato il suo incredibile olfatto. Aveva un naso ipersensibile che le forniva più informazioni degli altri quattro sensi messi insieme e si attivava specialmente in presenza di materiali assorbenti, come i tessuti. Ad esempio, quando entrava in una stanza capiva immediatamente se gli ospiti erano uomini o donne, o entrambi. Ne …

A noi due

La punto grigia scendeva dolcemente sul versante della montagna. Le dita fendevano l’aria calda fuori dal finestrino. Celeste strizzò un occhio e si guardò la mano. Le sembrava di toccare le increspature verdi delle viti, i muretti di fichi d’india, i ventagli delle palme. Ancora pochi metri e avrebbe toccato anche il mare. “È freddo” disse, allontanando la mano dall’orizzonte blu e scuotendola come per far sgocciolare l’acqua. La mamma, seduta sul sedile davanti, si girò sorridendo “Dopo andiamo a sentire.” Arrivati in paese il papà andò a parcheggiare l’auto, Celeste la salutò con la mano perché sapeva che non l’avrebbe rivista fino alla fine delle vacanze. La mamma la prese per mano e s’incamminarono trascinando la valigia per le vie strette. Celeste si guardò intorno e appuntò mentalmente tutto ciò che vedeva. Le stanze striate di sole nella penombra dei pomeriggi, le sedie di plastica fuori dalle case, i gruppetti di teste grigie che parlavano sottovoce. La signora Noto le aspettava fuori di casa, aveva un camice di cotone a fiori azzurri dal quale …

Lea

Lea aveva il terrore dei risvegli. Quando apriva gli occhi la mattina era vulnerabile come un neonato, si sentiva come se qualsiasi cosa succedesse potesse toccarla nel profondo e traumatizzarla per il resto della giornata, se non per tutta la vita. Questo è il motivo per cui aveva sempre voluto dormire da sola, la ragione che la spingeva a uscire dal letto dei suoi amanti e andarsene nel cuore della notte. Qualsiasi cuore e qualsiasi notte, fosse anche quella di Natale. Tutti le avevano chiesto di restare, nessuno le aveva chiesto se era arrivata a casa. Geo lo aveva conosciuto a una festa in casa, le aveva disegnato un diagramma Hertzsprung-Russel su un tovagliolo di carta in fantasia cactus per spiegarle l’evoluzione di una stella. Sapeva di tabacco e cioccolato e doveva avere qualche superpotere perché quando Lea tornò dal bagno lui non c’era più. Lo incontrò sul portone del palazzo mentre usciva, si stava rollando una sigaretta tra le dita bagnate di pioggia. “Da che parte vai?” le chiese. “Di là” rispose Lea indicando …

& Te

Il taxi stava già aspettando sotto casa. La luce gialla dell’insegna moriva nella nebbia della notte che precipitava dappertutto. Il tassista parlava solo dialetto e l’abitacolo profumava di pulito, o di deodorante spray per bagni pubblici, difficile distinguerli con tre ore di sonno alle spalle. Da un anno a questa parte i lunedì mattina di Giulia erano questi: sveglia nel cuore della notte, venti minuti di superstrada Arbre Magique per raggiungere l’aeroporto e tornare a Milano. Non riusciva proprio ad abituarsi, era sempre più stanca di questa routine, ma si confortava ripetendosi che lo faceva per amore. E la chiudeva lì. Giorgio si era trasferito in un mese lasciando mezza casa e mezzo letto vuoti, e tutte le metà delle coppie di oggetti che avevano comprato insieme quando giocavano ad arredare casa: i porta uova, le tovagliette americane, i comodini, le sedie sul minuscolo balcone. Lei usava sempre e solo le sue metà. La tovaglietta blu era ormai di un azzurro sbiadito mentre l’altra conservava ancora il suo colore intenso e originale. La tazza si …